Intervista a Riccardo Pirrone, l’ingegnoso social media manager di Taffo, tra ironia, provocazione e successi virali. Dici Riccardo Pirrone e subito ti vengono in mente i post geniali di Taffo, il black humor sui funerali e quell’abilità quasi mistica di far ridere parlando di morte.
Ma ridurlo a “quello che fa i meme sulle bare” sarebbe un errore da dilettanti. Pirrone, infatti, oggi è molto di più: con la sua agenzia gestisce la comunicazione di brand italiani e internazionali e ha persino fondato Kiracademy, una scuola di formazione per Social Media Manager che insegna a distinguersi dalla massa (e a non diventare un banale creatore di post).
Tra strategie creative, provocazioni ben piazzate e qualche polemica che ormai fa parte del pacchetto, Pirrone si è conquistato un posto di rilievo nel mondo del digital marketing.
Noi di Popular lo abbiamo intervistato per scoprire i segreti del suo successo e capire qual è il modo giusto, per i brand, di farsi notare sui social (senza vendere l’anima agli algoritmi).
Riccardo, per tutti sei “il social media manager di Taffo”. A distanza di tempo, quanto ti sta stretta questa definizione?
Diciamo che ho un rapporto di amore e odio con questa etichetta. Da una parte mi fa piacere, dall’altra meno perché oggi il mio lavoro non si limita solo a questo. Ma alla fine, che posso dire? L’ho voluto io, quindi me lo tengo! È come quei cantanti che sfondano con una hit e poi a ogni concerto devono cantarla per forza (e più volte!).
Ma te lo aspettavi quel successo?
In realtà no, anche perché all’inizio non avevamo idea di dove ci avrebbero portato i post di Taffo. Non immaginavamo un entusiasmo simile, soprattutto con i tanti detrattori poco abituati al black humor. Credo che la forza della pagina stia nei valori che trasmette e nella community solida che vi si riconosce. Quindi se per tutti resterò “quello di Taffo”, va bene così… non farò certo come l’ex di Damiano dei Måneskin, che si lamentava di essere chiamata “la fidanzata di Damiano” solo perché lui era il famoso! A pensarci, anche il frontman per molto tempo è stato “Damiano dei Måneskin”, perché il nome della band pesava più del suo…
Eh, ma ora ha lasciato quel gruppo, è solo Damiano David. Eh no! Per tutti resterà sempre “Damiano dei Måneskin”! (ride) Anche lui ormai se la porterà appresso ‘sta cosa!
E tu, invece, ti ritieni un pioniere nel cambio di rotta della comunicazione dettata dal digitale?
Pioniere è una parola grossa. Diciamo che ho seguito un flusso che sentivo nascere e che le aziende, all’epoca, non avevano ancora considerato. Parlo attraverso i brand che gestisco usando lo stesso linguaggio che le persone utilizzano sui social: meme, storie, video ironici, battute. Abbiamo reso i brand più umani, ecco. Taffo, per esempio, è stato tra i primi a rompere gli schemi, a usare una comunicazione più social e meno pubblicitaria. L’innovazione è stata questa. Oggi ci provo anche con altri marchi, ma non tutti se lo possono permettere. E, soprattutto, non tutti vogliono farlo.
In che senso non se lo possono permettere?
Sai, Taffo era una piccola realtà che voleva crescere e ha rischiato. Oggi mi confronto spesso con aziende grandi, storiche, strutturate, che fatturano milioni di euro e devono rispondere a molteplici livelli decisionali. Questo frena la comunicazione. Osare funziona, ma ci vuole coraggio. E non tutti i brand riescono a trovarlo. Certo, oggi hanno capito l’importanza dei social e ci investono sempre di più, ma innovare davvero è un’altra cosa.
Quanto è importante per un brand non tradire i propri valori? Il caso Ferragni ne è l’emblema?
Sul caso Ferragni sono meno critico di altri. Non ha fatto tutto da sola: è stata quell’azienda dei panettoni a chiamarla. Quindi, perché loro sono ancora sul mercato, tranquilli e beati, mentre lei no? Entrambi sono stati multati per lo stesso motivo. Certo, è stato un errore grave, ma sai quante aziende vengono multate ogni anno per cifre ben più alte? La differenza è che Ferragni era il brand stesso e tutt’uno con i valori nei quali la sua community si rivedeva. Quando si è incrinata la sua immagine, si è sgretolato tutto. Tuttavia, il danno che ha subito, secondo me, è stato sproporzionato rispetto all’errore.
Tu credi che si evolveranno (ancora) i social network, nei prossimi anni?
Certo, diventeranno sempre più liberi e interconnessi. Il cambiamento è continuo, ma una cosa è certa: chi non riesce ad adattarsi, resta indietro.
E quando ciò avverrà, i personaggi famosi che inciamperanno sul web, potranno lo stesso accampare la solita scusa: “È tutta colpa del mio social media manager”?
(Ride) Ah, la giustificazione perfetta! L’abbiamo sentita mille volte: un post fuori luogo, una gaffe clamorosa e subito si intercetta il capro espiatorio. Ma vi svelo un segreto: nella maggior parte dei casi, ogni contenuto viene approvato prima di essere pubblicato. Quindi, dare la colpa al povero social media manager è un modo piuttosto goffo per evitare di assumersi le proprie responsabilità. Stesso discorso per l’altra scusa intramontabile: “Mi hanno hackerato il profilo”! È fantastica! Dai, siamo seri. Forse dovremmo imparare tutti a gestire meglio la cultura dell’errore: dire “ho sbagliato” non ha mai ammazzato nessuno. Anzi, spesso è l’unico modo per salvare davvero la faccia.
Con la tua Accademia ambisci a formare i professionisti del futuro nel settore della comunicazione digitale. Cosa insegni esattamente?
La nostra formazione non si ferma alla teoria. Creiamo social media manager che sappiano davvero fare la differenza, che non siano banali, che abbiano gli strumenti per gestire un brand con competenza e visione. E poi, rispetto ai classici master, i nostri corsi sono più accessibili e mirati. Voglio che chi esce dalla mia Accademia non sia un semplice ‘gestore di post’, ma un reale professionista.
Una curiosità: ti è mai capitato di guardare una campagna di comunicazione e di pensare: “Mannaggia, quella, avrei voluto farla io!”?
Tante. Troppe. Ogni volta che vedo un’idea geniale, una di quelle che ti arriva dritta al cervello senza bisogno di spiegazioni, scatta il “Perché non ci ho pensato io?!”.
Un esempio?
Ovviamente sono fan delle campagne iconiche e dissacranti di Oliviero Toscani, ma se devo citare qualcosa di più recente… beh, la pesca di Esselunga. Uno spot geniale. Amo le idee forti. Quelle che non si limitano a vendere un prodotto, ma costruiscono un immaginario.
Tu hai raccontato di essere stato balbuziente, eppure oggi parli in conferenze in tutta Italia. Come hai superato quel limite?
In realtà non l’ho mai superato del tutto. Ancora oggi, in fondo, mi sento balbuziente. Ma ho imparato a gestire la cosa. Ogni volta che mi bloccavo su una parola, cercavo un sinonimo, e così, senza rendermene conto, ho ampliato il mio vocabolario. Questo mi ha aiutato tantissimo nel mio lavoro: la pubblicità è sintesi, saper dire tanto con poche parole. Certo, parlare in pubblico per me è faticoso: devo pensare a cosa dire e a come dirlo, tenere sotto controllo la voce, la postura, i gesti… È estenuante! Ma ho smesso di preoccuparmi troppo degli errori. Il discorso che facevamo prima, no? La cultura dell’errore… che male c’è se mi blocco per un attimo?
Tra le tante interviste che ti hanno fatto, c’è una domanda che ancora nessuno ti ha mai chiesto e che invece aspetti con ansia?
Sì! Aspetto che qualcuno mi chieda: “Che belva si sente?”! (ride) In realtà nessuno mi chiede mai se sono felice! Si parla sempre di lavoro, qui, ma la verità è che dovremmo chiederlo più spesso. A noi stessi e agli altri. Perché alla fine è questo che conta davvero.
E allora, sei felice, Riccardo?
Sì. Ma anche preoccupato. Ho un team di 22 persone, il lavoro cresce, le responsabilità pure. Più sei visibile, più sei esposto con i social, più arrivano critiche, haters, giudizi. Ma fa parte del gioco. In fondo, l’ho scelto io.
E se ti immagini tra dieci anni?
Dico sempre che scapperò in Australia. Ma poi penso che dovrei portarmi tutti dietro. E quindi? Forse sarò ancora qui, con i miei amici. E con i miei haters! (Ride)



