Federica Gisana nasce in Sicilia a Modica (RG). Dipinge in un soppalco ricavato all’interno della falegnameria del padre. Vive tra Modica, Milano e Roma. Insegna presso le scuole superiori di primo e secondo grado. Lavora principalmente su pittura ad olio e disegno anche su legno grazie all’influenza del padre artigiano. Le opere si concentrano sul tema dell’identità, relazione e esplorazione della natura. Sono pitture dal segno forte, sintesi tecnica, non indirizzati verso la mera suggestione estetica. I lavori vanno oltre l’apparente staticità, sono accordi e vibrazioni di colori che prendono forma, trasportando la mente di chi osserva in un mondo onirico. Negli ultimi lavori proietta l’immagine verso una percezione visiva. I suoi lavori sono stati esposti in musei e in diverse rassegne d’arte nazionali e internazionali.
Bambina, donna nell’arte e siciliana
Molte di noi sono cresciute con capelli bruni e idee forti, sospese tra una società rurale ancora piena di tabù e il desiderio di nuovi modelli di donna. Non sempre si riesce a trovare subito la propria identità. A volte la si conquista lentamente, passando attraverso ostacoli e contraddizioni. Negli anni Novanta correvo nei campi di grano della Sicilia sudorientale. Scavalcavo muri a secco per esplorare terre sconosciute, sognavo il cinema forando scatole di cartone come fossero telecamere. Intorno a me le bambine cullavano bambole preparandosi, secondo le aspettative comuni, al ruolo di madre.
Le nonne ripetevano: “Un giorno diventerai mamma e brava casalinga”. L’idea di una galleria d’arte, di stanze bianche dedicate alla creatività, non esisteva nel nostro immaginario. Conoscevo qualche opera di Picasso grazie a un calendario regalato a mio padre dal macellaio. Non avevo internet: l’enciclopedia era l’unica finestra sul mondo. Mio padre mi disse: “Picasso dipinge con poche pennellate, provaci anche tu”. Comprai cartoni e pennelli, riprodussi Dora Maar, Donna con fiori e altri lavori. Mi affascinava quella sintesi potente, quel modo di deformare e semplificare. I miei stimoli venivano dai cartoni animati, dalle riviste, dai paesaggi intorno a me.
Le mostre in città erano rare.
All’asilo, un giorno, la maestra ci chiese di disegnare un vaso con i fiori. Io colorai i petali di nero. Era un gesto istintivo, un piccolo atto di libertà. La maestra mi rimproverò: “I fiori neri non esistono”. Mi sentii in colpa per aver osato. Quel nero, quasi sempre inutilizzato nell’astuccio, per me era invece una possibilità. Oggi, quando un alunno sceglie una strada diversa, mi incuriosisco: non reprimo. A diciotto anni, una docente mi suggerì di studiare in un’accademia “da Roma in su”. I miei genitori non mi mandarono: ero troppo giovane per una grande città. Qualcuno disse che certi treni passano una sola volta. Io ne presi altri. La Sicilia, con i suoi ritmi lenti, mi ha dato tempo per riflettere e crescere. Dopo l’accademia ebbi l’occasione di esporre accanto ai professori. Un docente, presentando una mia tela dalle tonalità scure con un uomo illuminato di spalle, disse: “Non sembra dipinta da una ragazza, ma con la forza di un uomo”. Mi chiesi cosa significasse.
La forza ha un genere?
Nei libri di scuola trovavo quasi solo nomi maschili. Le bambine crescono senza modelli femminili da imitare, mentre i compagni impersonano Napoleone o Colombo. Per secoli alle donne non è stata concessa una stanza tutta per sé, tempo e spazio per esprimersi. Ancora oggi, spesso, carriera e matrimonio vengono presentati come scelte alternative. Quando arrivai in una grande città, il mio accento siciliano suscitava curiosità. Meno piacevoli furono certe frasi che mettevano in dubbio il mio posto. Esiste una gerarchia silenziosa nel mondo dell’arte: chi è arrivato prima espone di più, gli altri attendono. Essere donna rende il percorso ancora più complesso.
Talvolta l’interesse scivola dall’opera alla persona. Ho interrotto collaborazioni ambigue, rifiutato compromessi, attraversato delusioni che mi hanno costretta a fermarmi e riflettere. Qualcuno criticò il mio curriculum “troppo siciliano” e perfino il mio nome. In Sicilia, poi, essere artista donna suscita ancora stupore e domande su matrimonio e figli, come se la realizzazione avesse una sola forma possibile. Eppure la Sicilia mi ha dato radici profonde. Sono cresciuta nella falegnameria di mio padre, artigiano del legno. Tra polvere e macchinari ho imparato a conoscere i materiali. Ho dipinto su compensati, vecchie finestre, scarti trasformati in supporti. Il legno, con i suoi solchi, è entrato nei miei quadri: nebbie oltre le colline, figure in volo, esploratori che guardano lontano. Il mare siciliano, con i suoi riflessi, è stato luce e ispirazione.
Dipingere ti isola da un mondo reale e dimentichi che esiste. Perché sei proprio tu a costruire il tuo nuovo mondo. Custodisci le tue creazioni come un tesoro perché sei l’unica ad esserne a conoscenza prima che decidi di esporle. Non sempre un quadro mi soddisfa subito. Però nel momento in cui alcune pennellate abbagliano di luce i miei occhi, sento di aver scoperto un nuovo mondo. Le stesse sensazioni di quando ti trovi per caso in un luogo in cui pensi che nessuno prima di te l’abbia visto.
Quando completo un’opera è come se avessi partorito un figlio: racchiude sofferenza, amore e soddisfazioni. Prima di iniziarne altri mi servono nuovi spunti, letture, viaggi o semplicemente una passeggiata in riva al mare. Linda Nochlin, nel suo celebre saggio, si chiede perché non ci siano state grandi artiste. Invita a guardare non al talento individuale, ma alle opportunità offerte dal contesto e alle istituzioni sociali che per secoli hanno proibito o limitato l’accesso delle donne alla formazione. Nel 1893 alle donne in accademia era vietato il disegno dal vero; quando fu consentito, il modello era parzialmente coperto. A chi voleva diventare pittrice restavano ambiti considerati minori come ritratto, paesaggio o natura morta.
Oggi molto è cambiato, anche grazie a figure come Carla Accardi, artista siciliana che negli anni Settanta ha lottato per l’autoaffermazione e la differenza femminile. Non intendo parlare di femminismo come contrapposizione, ma resta una domanda: perché l’espressione “artista donna” lascia ancora trasparire un certo scetticismo? Io sono un’artista. E la mia libertà non è una provocazione, ma una scelta quotidiana.



