Zeno Sgaravato, conosciuto dal pubblico anche come Mago Zen, sceglie di presentarsi senza il filtro del personaggio e di raccontare ciò che resta quando il palco, le luci e la professione smettono di occupare il centro della scena. Ne emerge il ritratto di un uomo energico, ironico e riflessivo, capace di riconoscere il valore delle proprie ambizioni senza dimenticare le condizioni favorevoli che hanno accompagnato il suo percorso.
La sua quotidianità è costruita su piccoli rituali che hanno la funzione di rimettere ordine nei pensieri. Gli scacchi rappresentano insieme uno spazio di rilassamento e un esercizio mentale, mentre la musica, la scrittura privata e l’attività fisica gli consentono di ritrovare un equilibrio personale. Uno dei momenti in cui avverte con maggiore intensità la gioia di vivere è quando attraversa Milano in bicicletta, con le cuffie nelle orecchie, cantando senza preoccuparsi troppo dello sguardo degli altri. Un gesto semplice, quasi infantile, che diventa una forma spontanea di cura.
Dietro l’artista abituato alla scena esiste però una parte più riservata. Sgaravato protegge la propria vita sentimentale e considera la sfera privata un luogo da custodire. Il rapporto con la madre riporta in superficie la sua dimensione più tenera, mentre l’ambizione di costruire il futuro gli offre energia e determinazione. Accanto alla volontà personale, riconosce il ruolo della famiglia, dell’istruzione e delle persone che gli hanno dato strumenti, fiducia e opportunità.
La memoria ha per lui una forza particolare. I cartoni animati, le canzoni ascoltate da bambino e alcuni ricordi familiari riaccendono emozioni che il tempo non ha cancellato, ma trasformato. Anche il legame con il nonno, scomparso da poco dopo una lunga vita, resta parte di questo patrimonio interiore. La magia continua ad affascinarlo, sebbene oggi la osservi con l’occhio tecnico di chi ne conosce i meccanismi. Il fanciullo, però, non è scomparso e sopravvive nella capacità di meravigliarsi, sorridere e riconoscere valore nelle cose semplici.
Il tema della solitudine occupa uno spazio importante nel suo modo di vedere la vita. La paura più profonda non riguarda il fallimento professionale, ma la possibilità di arrivare alla vecchiaia senza relazioni, affetti e occasioni di confronto. Per lui la realizzazione non coincide con l’accumulo di beni o con il riconoscimento pubblico, ma con la possibilità di condividere il tempo, accompagnare i figli, viaggiare insieme e costruire ricordi.
La solitudine, tuttavia, non viene descritta soltanto come una minaccia. Può diventare anche un passaggio utile per conoscersi e rafforzarsi. Il Cammino di Santiago affrontato da solo gli ha permesso di sperimentare una condizione diversa, fatta di silenzio, autonomia e apertura verso gli incontri. Imparare a stare con sé stessi, soprattutto da giovani, può trasformare una fragilità in una risorsa e offrire la libertà di coltivare passioni che non sempre trovano spazio nella vita condivisa.
Quando pensa all’amore, Sgaravato immagina una casa viva, una grande tavola, il cibo condiviso, il calore di un camino, bambini che si muovono nelle stanze e un cane. È un’immagine concreta, legata al senso di appartenenza più che alla semplice idea di abitazione. La famiglia in cui è cresciuto, composta da quattro figli e fondata su una forte unità, ha lasciato in lui un modello affettivo che oggi considera anche un obiettivo per il futuro.
Nella sua visione le emozioni non devono essere soltanto ascoltate, ma possono anche essere orientate. La musica, i colori, un profumo, l’abbigliamento e gli ambienti che scegliamo contribuiscono a modificare il nostro stato interiore. Non si tratta di ignorare il dolore o di imporre una felicità artificiale, ma di partecipare attivamente al proprio benessere. La domanda su come ci si sente diventa così il punto di partenza di un gesto ulteriore, quello di creare, per quanto possibile, le condizioni per sentirsi meglio.



