ALVIERO MARTINI: Gelo a Santa Fe

ALVIERO MARTINI: Gelo a Santa Fe

A fine anni ’90, come ho già scritto più volte, mi spostavo da una città all’altra per le famose personal appearance. Nei grandi shopping center, che fosse Bloomingdale’s, Saks Fifth Avenue o Macy’s, organizzavano eventi speciali nel reparto pelletteria per permettere ai clienti di incontrare di persona chi c’era dietro il marchio. Così avveniva per me per tutti gli stilisti o celebrity: Liz Taylor con il suo profumo, Cindy Crawford con la sua linea di lingerie… e poi c’ero io, a propagandare le mie creazioni.

Alviero Martini è il noto stilista che ha cambiato il concetto di borsa creando uno stile ex novo. Grazie all’intuizione della mappa geografica, infatti, nasce il mito delle sue iconiche borse, boom degli anni ’90. Nel 2006 lancia una nuova linea di borse dal nome ALV, acronimo di Andare Lontano Viaggiando, che si identificano grazie al motivo del “timbro del passaporto“, un trademark che rimanda al mondo del viaggio e della libertà. La passione per la moda, il culto della bellezza e l’amore per i viaggi sono da sempre il suo “marchio”.

A quei tempi, la moda dei selfie non esisteva ancora: bastava un autografo o una stretta di mano per rassicurare il pubblico che eravamo proprio noi, in carne e ossa. Era un’usanza così diffusa che per anni ho attraversato l’America in lungo e in largo, visitando due città al giorno, soggiornando la notte nell’ultima e ripartendo all’alba per altre due.
Ero in giro da una settimana con la mia nuova accompagnatrice: l’adorabile quanto logorroica Katy. Una donna premurosa, ma anche la persona più disordinata che avessi mai incontrato. Non a caso, suo marito Seth, che con lei gestiva la mia rappresentanza negli USA, si aggregava raramente ai viaggi. E come dargli torto?

PANICO IN AEROPORTO
Un mattino ci svegliammo alle 5 per raggiungere l’aeroporto di Las Vegas e volare ad Albuquerque, meta Santa Fe.
Avendo due giorni di sosta, avevo deciso di visitarne la città invece di tornare a New York, suggerendo a Katy di rientrare a San Diego dal marito.
Ma lei?

“No, assolutamente no!”
Mi rifiuta l’offerta e mi trovo costretto a condividere con lei anche questa tappa. Arrivati all’aeroporto, comincia a frugare nella sua maxi borsa alla ricerca dei biglietti.
Ci sediamo a terra, rovescia tutto il contenuto, il tempo stringe…
Dopo 15 minuti di ricerca spasmodica: nulla.
Alla fine ricompra i biglietti, corriamo al check-in, ci imbarchiamo appena in tempo.
Ho già i fumi che mi escono dalle orecchie, ma fingo distensione per non mortificarla.

In volo, Katy continua a rovistare nella borsa.
- “Cosa cerchi?”
- “Sono convinta di avere i biglietti… li avevo fatti! E poi sto cercando anche la prenotazione dell’auto…”
La lascio fare.
Dopo un po’, dall’agenda sbucano le boarding pass della sera prima. La guardo con una faccia che non promette niente di buono. Intanto continua a cercare la prenotazione dell’auto.
Non si trova.
Vabbè, risulterà al banco Avis…
No. Non risulta.
Io mi siedo in un angolo per evitare stragi. Lei chiama il marito, che rifà la prenotazione online. Ci danno le chiavi, saliamo in macchina e… dalla tasca del cappotto sbuca la prenotazione originale!
A questo punto perdo leggermente la calma. “Ora basta! Volevo passare due giorni sereni e invece è da tre ore che subisco la tua sbadataggine. Senti, arrivati a Santa Fe, ci salutiamo. Non voglio vederti per due giorni. Una tregua, poi riprendiamo il viaggio. OK?”
- “Ok, I’m so sorry, I know, I’m a pain in the ass! You’re right, I will let you relax.”

“DOVE DEVO ANDARE?”
Nevicata colossale, 20 centimetri di neve. Arriviamo alla macchina e scoppia la lite:
- “GUIDO IO.” le intimo
- “NO, I WILL DRIVE.”
- “NOOO, I told you, I’m driving.”
- “NOOOO, You don’t know this road, let me drive!”
Notare: le mancavano parecchie diottrie e aveva pure perso gli occhiali! Salgo in macchina da passeggero, deciso a non rivolgerle più la parola. Lei guida e ci troviamo davanti a un bivio. Cartello grande come una casa: “Santa Fe” a destra.
“Dove devo andare?” chiede.
Interrompo il mio mutismo e dico:
- “A DESTRA, non lo vedi?”
Lei svolta a sinistra. No comment.
Faccio un balzo sul sedile posteriore, affido la mia sorte al Buon Dio e mi tappo le orecchie per non sentire più la sua voce.
Il freddo si è fatto GELO!
Dopo un’ora di giri a vuoto tra bivi e curve nella neve, finalmente un cartello: Welcome to Santa Fe. Se ora sbaglia ancora, giuro, passerà un brutto momento. Pratico tutta la mia filosofia Zen (quel poco che mi rimane), mi fingo morto sul sedile e, dopo un’altra mezz’ora, arriviamo all’hotel. Scendo, scarico il mio bagaglio, prendo la chiave della camera e le dico:
- “See you in two days.”
Lei annuisce.
Salgo in stanza, due ore di relax e poi… sono libero!

UN INCONTRO “GHIACCIANTE”
Esco, passeggio per le vie di Santa Fe, visito negozi di artigianato indiano, provo cappelli da cowboy, ammiro gallerie d’arte. A sera, chiedo consiglio su un buon ristorante e mi indirizzano a una steakhouse. Entro, mi accomodo. Ordino un filetto, un bicchiere di vino rosso e mi pregusto la serata di pace. Poi sento la campanella della porta. Do un’occhiata.
Indovinate chi c’è?
Katy.
Anche a lei hanno raccomandato lo stesso ristorante?
Mi vede.
Le sorrido.
Un provvidenziale cameriere la accompagna in un’altra sala.
Scampata la rimpatriata!
Dopo cena, passeggio, entro in un pub, poi rientro in hotel. Il giorno dopo, colazione fuori (inutile spiegare perché) e riprendo il mio giro in città. Atmosfera rilassante, finalmente un po’ di pace. Poi, all’improvviso, giro un angolo, entro in un negozio, esco… e SBAM!
Scontro frontale con una persona. Indovinate chi? Katy.
Mi limito a dire:
- “Sorry.”
Lei, ansiosa di perdermi, risponde soltanto:
- “Tomorrow morning at 7 a.m. in the lobby.”
- “OK.”
Fine della tregua.

L’ULTIMA LEZIONE
Il giorno dopo, riconsegniamo le chiavi, recuperiamo l’auto e ci dirigiamo all’aeroporto. Silenzio tombale fino al check-in. Poi, con aria fiera, Katy mi porge i nostri biglietti, sistemati alla perfezione.
Le sorrido. Pace fatta.
Finalmente torno a Milano, lei a San Diego, e neanche il tempo di posare la valigia, trovo già dieci email e la segreteria telefonica piena di suoi messaggi (e scuse!).
Squilla il telefono.
- “Hello Alviero, how was your trip?”
- “Everything OK, Katy.”
- “I’m sending you the new itinerary for the next trip. Just five days, ten cities. Is that OK?”
- “OK, Katy. OK.”
Abbiamo lavorato insieme per altri otto anni, io e Katy.
Oggi, lei e il marito Seth sono in pensione e non c’è stagione in cui non passino da Milano e affettuosamente ci incontriamo.
Lei è solita organizzare una cena nella quale ricordiamo e ridiamo sempre di quel disastroso viaggio a Santa Fe.
E, ogni volta, ha persino il coraggio di chiedermi:
- “Pensi di tornarci, un giorno?”
- “Se anche fosse, non te lo direi, cara Katy!”
- “Bravo!” esclama Seth.

a cura di Alviero Martini

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